Hai un centro estetico? Sai quanto guadagni REALMENTE quando vendi una crema?

Buongiorno amica estetista,

in questo articolo parliamo di un argomento che rappresenta, per molte tue colleghe e forse anche per te, un doloroso tallone d’achille:

la vendita dei prodotti cosmetici.

Aspetta prima di mandarmi al diavolo e di pensare che si tratta del solito post “paternalistico”, in cui ti si invita a vendere di più e ti si fa “una capa tanta” sull’importanza dell’autocura domiciliare.

In base ad uno studio di mercato, attualmente, i centri estetici in Italia hanno un’incidenza della rivendita dei prodotti sul fatturato totale che va dal 6 al 13%.

Significa, in parole povere, che su 100 euro che un’estetista si ritrova nel suo cassetto, dai 6 ai 13 euro arrivano dai prodotti che riesce a vendere alle clienti.

E’ poco? E’ tanto?

Non lo so e non mi interessa, in questo post, saperlo.

Potrei dirti che, secondo diverse aziende fornitrici (che godono nel riempirti il magazzini con una marea di referenze) dovresti arrivare a vendere per almeno un buon 30% del tuo fatturato.

Potrei dirti che la mia cliente che vende di più ha chiuso lo scorso anno con un’incidenza del 27%, mentre quella che vende di meno si è fermata al 2%.

Ma ti ripeto che tutto ciò non è attinente all’articolo odierno.

Oggi, purtroppo per te e purtroppo per me, voglio farti fare due calcoli.

Hai letto bene, oggi tu ed io facciamo i conti!

Se odi i conti ti pongo due inviti:

  1. NON continuare a leggere questo post
  2. NON continuare a gestire una qualsiasi attività economica

Quanto ti rimane in tasca se vendi un prodotto?

guadagno estetista

Eh eh eh, magari si trattasse di un malloppo così grosso!

Bisogna stare molto attenti, perché in questi casi la “percezione” del guadagno può alterare la “realtà” del guadagno.

Nel gergo comune ho sentito e sento spesso dire, nel nostro settore, che spingere sulla rivendita è remunerativo perché ciò che si compra a 10 € si rivende (in genere) a 20 €.

Ti ho posto questo esempio perché, nella maggior parte dei casi, la dinamica dei “ricarichi” sui prodotti (consigliata dagli stessi fornitori con i loro listini al pubblico) è questa.

In pratica tu compri un prodotto, dal tuo fornitore, a 10 € e lo rivendi alle tue clienti a 20 €.

Magnifico, vero?

Magari per vendere un prodotto impieghi venti secondi e, come nel caso in esame, t’intaschi 10 € di guadagno (20 € che ti entrano – 10 € che l’hai pagato).

Dieci euro per pochi secondi, quando può darsi che una manicure da mezz’ora te ne faccia incassare soltanto quindici.

Peccato, credo che tu lo sappia benissimo, che NON funziona così.

E’ giunto quindi il momento di armarsi di calcolatrice e di scoprire quali sono i conti esatti.

Il fattore “perverso” che sballa i calcoli!

calcoli estetista

 Nei nostri conteggi, finora, non abbiamo considerato il nostro “socio” parassita non operante (la ridondanza è volontaria).

Lo definisco parassita perché vive e prospera sulle nostre spalle, prendendosi molto di più rispetto a quanto ci restituisce attraverso i servizi.

Avrai già capito che il socio in esame si chiama stato, che spesso ci scippa con un suo braccio denominato fisco.

Andiamo però oltre alle sterili “chicchere” da bar e facciamo entrare in campo colei che, da questo momento in avanti, diverrà la protagonista del post:

sorella IVA!

Esatto, la nostra cara amica imposta sul valore aggiunto.

Riprendiamo l’esempio del prodotto (immaginiamo sia un latte detergente ed immaginiamocelo economico) acquistato a 10 € e rivenduto a 20 €.

Sicuramente l’avrai comprato a 10 € + IVA ed altrettanto sicuramente l’avrai rivenduto a 20 € IVA compresa.

Ne sono certo perché è così che accade nel 99% dei casi.

A questo punto, calcolatrice alla mano, vediamo cosa accade nel nostro cassetto quando compriamo e quando vendiamo.

Quando compriamo usciranno dal nostro cassetto 12.20 € (i 10 € del prodotto + l’IVA del 22%, pari a 2.20 €).

Quando vendiamo il prodotto entreranno nel nostro cassetto 20.00 € (che comprenderanno però anche l’IVA).

Quindi, in questa fase, potremmo essere portati a pensare che il guadagno sia pari a 7.80 € (20 € che mi sono entrati vendendo – 12.20 € che mi erano usciti comprando).

Sbagliato!

Quando abbiamo comprato il latte detergente in esempio abbiamo pagato l’IVA, che diventa un nostro credito verso l’erario.

Significa che lo stato ce la restituirà.

Quando abbiamo venduto abbiamo invece intascato anche l’IVA, che diventa invece un debito sempre verso lo stato (sono soldi suoi, non nostri).

Pertanto, in base a quanto appena scritto, quando abbiamo acquistato il latte detergente abbiamo maturato IVA a credito per 2.20 €.

Quando abbiamo venduto lo stesso latte detergente abbiamo maturato un debito verso lo stato pari a 3.60 €.

Questi 3.60 € vengono fuori da un’operazione chiamata scorporo.

Che brutto nome che ha questo calcolo, non trovi?

Sembra il nome di un pesce dalle sembianze sgraziate, tipo lo scorfano.

Magari tuo marito va a pesca; immagina che torna a casa dicendoti “sai amore, oggi ho pescato un pesce scorporo di 2 kg”. Non suonerebbe male, vero?

Battute a parte, lo scorporo è banalmente l’operazione che si deve fare per togliere l’IVA da quanto abbiamo incassato.

Dovremo pertanto fare:

20.00 € – (20.00/1.22) = 3.60 €

ed otterremo l’IVA che dobbiamo allo stato.

E’ un’operazione, memorizzala e falla.

quanto abbiamo incassato – (quanto abbiamo incassato/1.22) = IVA che dobbiamo allo stato.

Il (quanto abbiamo incassato/1.22) è la parte che resta a noi, tolta l’IVA, ok?

Ma riprendiamo il nostro esempio: eravamo rimasti a 7.80 € di guadagno, giusto?

Ecco, consideriamo l’IVA: avevamo maturato IVA a credito (comprando) per 2.20 €, mentre vendendo abbiamo maturato IVA a debito per 3.60 €.

Ci sei? A questo punto lo stato cosa fa, ogni mese o ogni trimestre quando hai il pagamento IVA?

Ti chiede la differenza tra IVA a debito ed IVA a credito.

Tu non pagherai quindi 3.60 € per poi averne indietro 2.20 €, bensì sborserai direttamente 1.40 € (3.60 – 2.20).

Possiamo decretare, alla fine, che su quel maledettissimo e scadente latte detergente (quanto mai l’hai comprato e venduto), sui 20.00 € che ti erano entrati nel cassetto te ne rimarranno 6.40 €!

Se vuoi tradurlo in percentuale lo facciamo subito: (6.40/20) x 100 = 32%.

Ricapitoliamo il tutto.

Ricapitoliamo l’operazione:

esempio Latte Detergente acquistato a 10.00 € + IVA e venduto a 20.00 € iva compresa.

  1. Al fornitore dobbiamo dare 12.20 € (costo prodotto + iva che lo stato ci restituirà), dalla cliente a cui vendiamo incassiamo 20.00 € (che però comprende anche 3.60 € di iva che dovremo dare allo stato).
  2. Allo stato dobbiamo dare 1.40 € (la differenza tra 3.60 € e 2.20 €).
  3. Alla fine della fiera ci restano 20.00-12.20-1.40 = 6.40 €.
  4. 6.40 € su 20.00 € corrispondono al 32%.

D’ora in avanti, se compri ad uno e rivendi a due, sappi che per calcolare rapidamente quanto “ti resta in tasca” ti basterà:

prezzo di vendita del prodotto al pubblico x 32%.

Questi conti ti servono anche a comprendere che, se decidi di fare sconti indiscriminati sui prodotti di vendita, non ti lamentare se poi il tuo cassetto piange.

Per favore: questo numero del 32% NON CENTRA NULLA con le altre percentuali di cui ti ho parlato all’inizio dell’articolo, ok? Quelle si riferiscono alla rilevanza che la rivendita ha nell’istituto.

Di nuovo per favore: ovviamente il margine di cui abbiamo parlato è LORDO, fino a quando non si è raggiunto il punto di pareggio dell’istituto, ma questo è un altro discorso.

Se hai dei dubbi o necessiti di chiarimenti scrivimi pure nei commenti qui sotto.

Concludo dicendoti che non sono un fiscalista e che questi concetti derivano dai miei studi e dalla mia esperienza personale, quindi ti consiglio di rivolgerti comunque al tuo commercialista se necessiti di una consulenza in ambito tributario.

Ciao amica estetista, al prossimo post.

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